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Malawi, i figli della speranza

creato da stefano parolini — ultima modifica 26/08/2011 08:57
Articolo tratto dal national geographic, dicembre 2007
Malawi figli della speranza

Testo e fotografie di ALESSANDRO GANDOLFI


Cuore caldo dell'Africa. Così i dépliant turistici definiscono il Malawi. Eppure, questa lingua di terra con un enorme lago, stretta fra Zambia e Mozambico, è uno dei paesi più poveri al mondo, dove le "strade" sono rossi sentieri che scompaiono durante la stagione delle piogge, dove su 14 milioni di abitanti gli orfani sono circa un milione, la metà dei quali ha perso uno o entrambi i genitori a causa dell'Aios. Dove si muore in media a quarant'anni, dila­ga la corruzione e non c'è freno all'aumento demografico, dove in molti guadagnano 20 euro al mese quando un litro di benzina ne costa uno e un giornale quasi mezzo. Un paese che è associato da vent'anni al peggior acronimo che esista al mondo:

aids, ovvero la prima causa di morte in Africa. «Ufficialmente colpi­sce il 14 per cento della popolazione fra i 15 e i 49 anni», soiega Tarek Meguid, ginecologo, «ma molti sono concordi nel rite­nere che i positivi all'Hiv in Malawi siano almeno il 20 per cento». Ai tempi del protetto­rato britannico - quando il Malawi era ancora Nyasaland - nella capitale Lilongwe c'erano due ospedali, uno per i bianchi e uno per i neri. Quello per i bianchi, il "Livingstone", era in cima a una ventilata collina fiorita che domi­nava Lilongwe. Quello per i neri era lungo la valle a due passi da un fiume malsano; tutti lo chiamavano "bottoni", il "fondo", perché in questa cllnica il fondo lo si toccava davvero. «A ben guardare lo si tocca ancora», commenta il dottor Meguid mentre cammina fra i corridoi bui della maternità. «Operiamo da sempre in questi edifici ottocenteschi che cadono a pez­zi», dice il medico ginecologo, «mancano medicinali e personale e la maggior parte della gente che vedi seduta per terra nel cortile aspetta da giorni di farsi visitare. Non tè ne accorgi subito ma molti di loro sono malati di aids».

Di padre egiziano e madre tedesca, 46 anni, Tarek è sempre gentile con i pazienti e si sforza di non perdere la calma anche quando la pres­sione si fa snervante e magari non si dorme da trenta ore filate. Profondo conoscitore del diritto umanitario internazionale, rivela ÉQUA-roHiE che a cinquant'anni si dedicherà alla

difesa dei paesi in via di svilup­po, ed è per questo che si è iscritto a un master a Oxford. Nel frattempo è lui a gestire fra mille difficoltà il reparto di maternità e neonatalità al "Bottom", l'ospedale che il dittatore Kamuzu Banda ribat­tezzò poi "Bwaila". Alla fine degli anni Sessanta infatti, una volta salito al potere, Banda chiuse il Livingstone e aprì un nuovo ospedale con il suo nome (il Kamuzu), mentre al "Bottom" lasciò i reparti più "scomodi": psi­chiatria, tubercolosi, riabilitazione per polio-melitici e maternità. Già, maternità. In Malawi il 15 per cento di tutte le partorienti è sieropo­sitivo e la trasmissione verticale del virus madre-figlio (Mother-To-Child transmission o mtc) non solo è la prima causa di contagio per i bambini ma - questo è purtroppo un dato emergente - rappresenta il 30 per cento di tut­ti i nuovi casi di Hiv nel paese. Ecco perché la maternità è uno dei reparti più scomodi.

«Devi conoscere Michele Usuelli», mi dice Tarek fra una visita e l'altra, «è un bravo medi­co e lavora con me nel reparto di neonatolo­gia». Incontro il trentaduenne milanese la sera stessa, in un quartiere periferico abitato da diplomatici; la villa è circondata da alte mura e al cancello ci sono guardie che chiedono i documenti. «Per capire la situazione disastrosa del paese - attacca subito Michele - ti basti sapere che in questo momento io sono l'unico pediatra neonatologo presente in Malawi». Siamo ospiti a cena da una delegata uè e il medico italiano è arrivato insieme alla moglie, un'infermiera di origine peruviana con la qua­le lavora al "Bottom" dal maggio 2006. «All'ospedale seguiamo in media 35 parti al giorno», continua, «e siamo solo tré medici. Le ostetriche sono quattro di giorno e tré di not­te. Certo, nel paese esistono piccoli ospedali di distretto e remoti centri di salute, ma mancano operatori specializzati e molte donne si affida­no ancora alle levatrici tradizionali, le cosid­dette Traditional Birth Attendant (tba), che spesso sono anziane, analfabete e sopratutto prive di nozioni mediche, ma ritenute esperte solo perché nella loro vita hanno partorito anche dieci o quindici volte».


Mezzo milione di orfani ha perso uno o entrambi i genitori a causa dell'Aids.



Michele Usuelli è arrivato in Malawi per coordinare un progetto di formazione che il cestas, organizzazione di cooperazione inter­nazionale con sede a Bologna, ha messo a pun­to insieme al ministero della sanità locale. Si tratta di formazione di operatori sanitari nel settore materno riproduttivo, per l'esattezza:

«Facciamo educazione nei villaggi, forniamo alle levatrici tradizionali conoscenze medico-igieniche di base e stiamo attuando un pro­gramma di scambio temporaneo attraverso il quale portare le infermiere di città nelle zone rurali e viceversa». Finanziato dal Ministero degli Affari esteri italiano con circa 600 mila euro, il progetto triennale dovrebbe concluder­si a marzo 2008, ma è già stata inoltrata la richiesta di rinnovo per una seconda fase. Esso cerca di far fronte a una grave emergenza: in Malawi i tassi di mortalità neonatale e sotto i cinque anni sono fra i più alti al mondo (rispet­tivamente 112 e 178 per ogni mille bambini nati vivi; dati unicef) mentre quelli di mortalità materna non sono da meno. Sempre secon­do l'UNiCEF oltre una donna su cento muore durante il parto, spesso per le cattive cure che riceve, ma anche in seguito ai numerosi aborti clandestini (la pratica è ufficialmente vietata).

Le prostitute vivono in una casetta con giar­dino proprio dietro la via principale di Mponela, un villaggio a pochi chilometri dalla capitale. Temwa ha 19 anni e vive qui da quattro mesi. Mary ne ha 21, la sua amica Labeca 22, ed è lei a spiegare che «una prestazione sessuale costa un euro ma ci offrono molto di più per farlo senza preservativo. Allora io dico di essere malata di aids, anche se non lo sono». Joe è un ragazzo sveglio, altrimenti non farebbe il portie­re nel migliore albergo della città. Mi spiega, fra un'apertura di portiera e l'altra, che uno dei più gravi problemi del Malawi è la prostituzione, dovuta all'altissima disoccupazione. Il proble­ma, sostiene, è che la gente non usa il profilattico a sufficienza e conclude: «Io leggo i giornali e so cos'è i'aids, ma nei villaggi di campagna non ne hanno la minima idea». Le parole di Joe fan­no capire una cosa apparentemente banale: che in Malawi come in tutta l'Africa la miseria, la malnutrizione, l'alta natalità, la prostituzione, l'ignoranza, la mortalità infantile e materna, i'aids stesso, sono elementi strettamente legati l'uno all'altro. Alimentano un circolo vizioso che in pochi anni porterà ad avere generazioni di ragazzi sieropositivi, e nel frattempo, colpen­do i mèmbri più attivi della società, mette in ginocchio l'economia del paese.

Per combattere la trasmissione verticale i'unicef ha fra l'altro approvato un secondo progetto presentato da Michele Usuelli insieme al cestas: la creazione di un servizio di testing attivo 24 ore su 24 per tutte le donne che arri­vano in fase di travaglio al "Bottom". «Siamo partiti da un dato molto semplice», spiega il neonatologo italiano, «e cioè che solo una bas­sissima percentuale delle donne incinte siero­positive ha accesso alle cure contro la mtc. Molte di esse non sanno neppure di essere infette. Così noi offriamo un test immediato e, se risultano positive, un trattamento con nevi-rapina». Prodotta dalla casa farmaceutica tede­sca Boehringer Ingelheim, nei paesi sviluppati la nevirapina viene da tempo somministrata alle pazienti incinte e affette da Hiv insieme ad altri tarmaci, in un "cocktail" potentissimo che abbatte quasi al cento per cento la probabilità di trasmissione del virus al nascituro. In Malawi però non ci sono soldi per offrire tutti i tarmaci del cocktail e così si somministra una cura a base di sola nevirapina (basta una pasti­glia per la donna prima del parto e una al neo­nato entro 72 ore) che fa scendere la probabilità di trasmissione al 50 per cento. Per combattere la mtc, la Boehringer Ingelheim ha donato gratuitamente un milione di pastiglie di nevira­pina a una sessantina di paesi in via di svilup­po, e si è dichiarata disposta a cederne ancora «molti milioni, finché sarà necessario».

In Malawi vivono circa un milione di orfani, la metà dei quali ha perso uno o entrambi i genitori a causa dell'Aius. Ne incontro un cen­tinaio all'orfanotrofio di Recapo, fuori Lilongwe, tutti impegnati in una danza sfrena­ta poco prima del tramonto, ed è qui che mi spiegano come molti di questi bambini siano già capifamiglia all'età di 11 o 12 anni, costret­ti loro malgrado ad accudire i fratellini più pic­coli. Ne incontro altri al Youth Center della capitale, una casetta con veranda dove i ragaz­zi più grandi si ritrovano a giocare a scacchi, a leggere libri, a vedere la tv o a lavorare al com­puter. La disoccupazione è alta, altissima, e chi esce da scuola spesso non sa che fare per tutto il giorno. «È soprattutto a loro che ci rivolgia­mo», dice Effie Perekamoyo della Family Planning Association of Malawi, «cercando di spiegare cosa sono una buona vita familiare e sessuale, quanto è pericoloso i'aids e quanto invece è importante l'uso del profilattico».

Un'azione fondamentale quella di Effie e dei suoi collaboratori, in un paese dove si fa sesso per la prima volta ali anni e dove le pratiche sessuali "tradizionali" sono assai diffuse.

Capita ancora che le neovedove debbano avere rapporti con il cognato, che le donne sterili rie­scano a farsi"curare" offrendo il proprio corpo al medico del villaggio e lo stesso destino tocca spesso alle ragazze con la prima mestruazione. Ciò spiega in parte anche l'altissimo tasso di natalità, uno dei più elevati al mondo: ogni famiglia in Malawi ha in media 6,7 figli. Per affrontare di petto il problema Michele Usuelli e il cestas hanno proposto di istituire in diver­si centri di salute del paese un servizio di con­traccezione permanente (legatura delle tube) o semipermanente (impianto ormonale sottocu­taneo). Finanziato dalla cida, l'Agenzia di svi­luppo internazionale canadese, il progetto «è in linea con quelle che sono le politiche sanitarie del governo malawiano», precisa Michele , «e vorremmo proporlo a tutte le donne che han­no già avuto il quarto figlio».

Fuori dalla porta del Malawi Blood Transfùsion Service c'è la fila di ragazzini appe­na usciti da scuola. Ogni giorno gli insegnanti spiegano loro che è utile donare il sangue, utile al paese e utile a loro stessi: «Donare significa controllare gratuitamente la qualità del proprio sangue», spiega il professor George Liomba, «e infatti a volte scopriamo nuovi casi di epatite B (ce l'ha il 5,5 per cento dei donatori), di aids (il 3,3 per cento) e di altre malattie come la sifilide, la malaria e l'epatite C. Certo, in tré anni i dona­tori sono aumentati da 5.000 a 20.000 ma ne abbiamo bisogno sempre di più, ciò che racco­gliamo non è sufficiente. Un altro problema è il mantenimento del sangue in ambienti freddi, i nostri ospedali spesso non sono attrezzati». Michele Usuelli e la moglie se ne sono andati dal paese nel settembre del 2007, destinazione Afghanistan. Ma oltre un anno di lavoro in Malawi ha permesso loro di capire molte cose. «Sai qual è la spesa procapite per la sanità?», mi ricorda prima di salutare. «Tredici dollari. In Italia se ne spendono 2.400, negli Stati Uniti oltre 6.000. In tutta la nazione ci sono duecento medici, un rapporto di uno a 70 mila abitanti; in Italia è di uno a 300». Michele se ne sta andan­do quando mi lancia l'ultima provocazione:

«Secondo te ci sono più medici e infermiere malawiani in Malawi o in Gran Bretagna?».

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