Il vescovo Pagani: in Malawi Chiesa decisiva per la democrazia
Monsignor Pagani, lei è al primi passi come vescovo di Mangochi.
«Come primo passo, dopo un'ampia consultazione fra il clero, ho nominato il nuovo vicario generale, che è un prete indigeno molto stimato, e ho costituito i Consigli presbiterale e pastorali diocesani. La mia azione pastorale punta sulla cura della formazione sia del clero, sia dei catechisti, che sono gli evangelizzatori del loro popolo. Inoltre, ho proposto agli altri vescovi di scegliere il vasto Seminario di Mangochi come sede di quello nazionale interdiocesano. Ho iniziato a visitare le 19 parrocchie della diocesi, in maggioranza molto vaste, con difficoltà nel raggiungere le numerose chiese succursali. Così ho deciso di dare a ogni prete novello una motocicletta, che consente spostamenti rapidi».
CI sono problemi di fondamentalismo Islamico?
«Fra cattolici e musulmani c'è dialogo, rispetto, collaborazione e reciprocità, come si dice in Europa. Però non esiste reciprocità nelle zone dove sono presenti frange fondamentaliste infiltrate da altre nazioni africane. Sono frange che stanno costruendo moschee dappertutto e seminano zizzania contro i cattolici. Fortunatamente, le autorità musulmane locali prendono le distanze e il governo vigila. A riguardo, è urgente correggere la mentalità diffusa in Europa, che aiuta per le opere sociali, ma tentenna nel concedere aiuti per costruire chiese o strutture pastorali, quasi fosse denaro sprecato. Missionarietà significa evangelizzare, che si esprime anche, ma non soltanto, nelle opere sociali».
Quali sono le emergenze sociali del Malawi?
«Indubbiamente quelle legate a povertà e malattie, soprattutto l'Aids, che tocca il 30% della popolazione e che si sta combattendo in centri ospedalieri con l'aiuto di volontarì, come quelli della Comunità di Sant'Egidio di Roma. I medicinali sono scarsi e negli ospedali spesso sono venduti illecitamente dal personale per intascare denaro. La situazione agricola è migliorata grazie agli aiuti governativi e alle piogge degli ultimi anni, che hanno consentito raccolti abbondanti di mais. La poca industria si basa su cemento, sementi, fertilizzanti e stoffe. Sembrerà incredibile, ma nel settore stoffe, ailche in Malawi si fa sentire la concorrenza cinese e indiana per i prezzi molta bassi. Nonostante le prove, la gente è generosa anche se ha poco e ha il senso innato della festa e dell'ospitalità. Resiste una mentalità fatalista, che porta la popolazione a far fatica nel reagire alle avversità».
E lo stato di salute della democrazia?
«Fino al 1992 governava una dittatura di destra di stampo paternalista. La censura era ossessiva, la polizia segreta vigilava ovunque ed era persino proibito parlare della realtà di povertà nella nazione. Anch'io allora rischiai l'espulsione, perché nel giorno della festa nazionale avevo affermato che Dio ci avrebbe giudicati in base all'amore e alla carità verso il prossimo. Però, era impossibile soffocare a lungo la sete di libertà. E i vescovi del Malawl hanno dato la spinta decisiva nel 1992 con una coraggiosa Lettera pastorale collettiva per denunciare la situazione del Paese. Fu stampata nella tipografia monfortana di Mangochi. La risposta governativa non si fece attendere: venne appiccato un incendio che causò danni ma non la distruzione della tipografìa. L'intervento del vescovi diede inizio al cammino che ha portato alla libertà e alla democazia».
La voce della Chiesa è ascoltata?
«Noi vescovi siamo consultati dal governo e dall'opposizione. Una volta abbiamo dovuto sospendere i lavori della Conferenza episcopale perché il governo voleva un parere urgente sulla distribuzione degli aiuti esteri. E sempre noi vescovi ripetiamo che prima di tutto viene il bene della nazione, non le beghe politiche».
Carmelo Epis da L'Eco di Bg. del 24-09-07
