Pane Amaro
INCONTRO CON LA SCRITTRICE
In una sala audiovisivi piena, giovedì 21 febbraio, si è tenuto l’atteso incontro con la scrittrice Elena Gianini Belotti per parlare del suo libro “Pane Amaro” e dei temi trattati in esso.
Nata a Roma da genitori bergamaschi , di formazione pedagogica, ha diretto per vent' anni il Centro Nascita Montessori di Roma per la preparazione delle donne al parto e alla cura del bambino, ha insegnato in un Istituto Professionale per Assistenti all'Infanzia. Ha esordito nella saggistica nel 1973 con "Dalla parte delle bambine" (Feltrinelli) sul precoce condizionamento al ruolo femminile, seguito da "Prima le donne e i bambini" nel 1980 (Rizzoli), "Non di sola madre" nel 1983 (Rizzoli), "Amore e pregiudizio" nel 1988 ( Mondadori, Premio Donna Città di Roma). E' tornata all'originaria inclinazione narrativa nel 1985 con il romanzo "Il fiore dell'ibisco" (Rizzoli, Premio Napoli), la raccolta di racconti sulla vecchiaia femminile "Adagio un poco mosso" del 1993, il romanzo d'infanzia "Pimpì Oselì" del 1995, "Apri le porte all'alba" del 1999, "Voli” del 2001 ( Premio Rapallo Carige), tutti pubblicati da Feltrinelli. Infine da Rizzoli "Prima della quiete", 2003 (Premio Grinzane Cavour, Premio Viadana, Premio Maiori), e "Pane amaro”.
Edito nel 2006
da Rizzoli, ha riscosso un grande successo tra pubblico e critica per la
trattazione di un argomento che in Italia si è
reticenti a parlarne:
l’emigrazione italiana. Secondo l’autrice:<<In Italia, ci si vergogna a
ricordare questo passato. Per esempio, nel porto di Napoli, dal quale partirono
alcuni dei 25 milioni di emigranti italiani, non vi è una targa di ricordo per
coloro che hanno contribuito al benessere di uno stato; cosa che è molto
evidente, invece, in Irlanda>>.
L’incontro si è svolto in un bel clima. Alcuni alunni, che avevano già letto il libro insieme alle loro insegnanti di italiano e psicologia, hanno esposto dei brani tratti dall’ opera e poi hanno fatto delle domande all’autrice. Essi hanno toccato diverse tematiche. Per trasferirsi in un altro stato è necessario un viaggio. Il viaggio del libro è quello che compie Gildo, fantomatico uomo della Val Seriana (che sarebbe il padre dell’autrice il quale all’inizio del XX secolo emigrò effettivamente), che parte con grandi speranze per l’America. Ciò che arrivava nei paesi natali da coloro che erano già emigrati era come un sogno: soldi e cibo in abbondanza assicuravano un futuro roseo. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Partire per l’America significava separarsi dagli affetti e soffrire. La mancanza dei cari non può essere sostituito dal sogno americano. La scrittrice racconta che questo ideale era continuamente alimentato dalle lettere che arrivavano. Gli uomini che le scrivevano erano continuamente ricattati affinché scrivessero cose non vere facendo creare un’illusione e aumentando così gli affari per le compagnie marittime o le imprese edili americane. Quando però si arrivava ad Ellis Island, l’isola della baia di New York, e non si passava l’ispezione a causa della tosse o di un difetto fisico, “crollava il mondo” perché in Italia si aveva venduto tutto. Se invece lo si passava, incominciava una vita di peregrinazioni e di segregazione. I nostri valligiani sapevano solo il bergamasco e non sapendo l’inglese o l’italiano vivevano isolati. I sogni si infrangevano. Se, come al protagonista del libro, veniva rubato anche ciò che di più prezioso avesse, la fisarmonica, la disperazione aumentava. Si finiva a rubare e a essere messi in manicomio a causa delle sofferenze. L’unione, però, fa la forza, perché, come anche oggi, quando la polizia faceva irruzione nelle baracche abusive e distruggeva tutto, l’un l’altro si aiutavano a ricostruire.
L’incontro si è concluso con un grazie reciproco. L’autrice ha ringraziato per l’attenzione e la cura del lavoro svolto e gli alunni per l’esperienza di vita che ha trasmesso perché ciò non è successo secoli fa ma anche solo 60 anni fa, quando si emigrava in Svizzera o Belgio.
Giulia Merelli 3^M